Inside the House of Rubber: Intervista a Marlou Breuls

marlou breuls portray
House of Rubber non riguarda solo la gomma: si tratta piuttosto della casa di qualcosa di flessibile. Può essere liquido, ha una consistenza strana, può essere qualsiasi cosa, davvero.
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Lo scorso febbraio si è tenuta la prima edizione della Design Biennale Rotterdam, che aspettavo da tempo. La città ha una forte cultura del design, ero molto curiosa.

Dopo un weekend trascorso cercando di vedere il più possibile del programma, ho iniziato a stilare mentalmente una lista dei lavori che mi sarebbero rimasti nella testa, tra le tante cose viste. Uno dei primi in quella lista è stato Pinky Finger Trophy, che ho visto a Weena, un ex edificio per uffici ancora arredato con cubicoli e moquette blu.

Da allora desidero incontrare la designer che lo ha realizzato: House of Rubber, il nome dello studio di Marlou Breuls. La scorsa settimana ci sono riuscita. La sua energia e la sua immaginazione sono palpabili sia nella conversazione che nel suo lavoro: conoscerla è stato un vero piacere.

Lo scorso febbraio ho visto il tuo Pinky Finger Trophy alla Design Biennale di Rotterdam: un oggetto sorprendente e gioioso. È così che ho scoperto il tuo lavoro. Qual è la storia che c’è dietro?

Ho il mio studio, House of Rubber, che ho avviato nel 2016 e che inizialmente portava il mio nome, Marlou Breuls. Mi sono laureata in fashion design, quindi è da lì che tutto è cominciato. Ma dopo alcuni anni nel mondo della moda, ho capito che per me non si trattava necessariamente di realizzare capi, quanto piuttosto di lavorare con i materiali e creare forme attraverso i materiali. Così ho iniziato a sperimentare molto: argilla, gomma, gesso, cose che ho imparato da autodidatta.

Poi ho avuto l’opportunità di partecipare a una residenza all’EKWC, il Centro Europeo per la Ceramica nei Paesi Bassi. Mi sono candidata senza avere alcuna esperienza con l’argilla, ma sentivo il bisogno di approfondire il lavoro con materiali diversi, anche perché non ho frequentato un’accademia d’arte, dove di solito si imparano queste cose. È stata un’occasione preziosa per capire come si esprime la mia scrittura artistica attraverso il materiale ceramico.

Pinky Finger Trophy
Pinky Finger Trophy. Image courtesy of House of Rubber

La residenza si è svolta lo scorso gennaio, per tre mesi, e fin dall’inizio mi sono immediatamente innamorata dell’argilla: è un materiale quasi liquido, che puoi modellare in qualsiasi forma tu abbia in mente.

Mentre lavoravo lì, hanno iniziato a prendere forma alcune idee legate agli elementi ricorrenti nel mio lavoro: il corpo umano, ma in una chiave diversa. E poi il desiderio di creare qualcosa che venga voglia di toccare, che ti inviti ad avvicinarti e che al tempo stesso contenga un senso dell’assurdo, un’umorismo un po’ surreale. È lì che è nato il Pinky Finger Trophy.

In quel periodo stavo sperimentando con una macchina che avevo sviluppato io stessa, una sorta di strumento per sparare materiali; di solito la uso con la gomma, per creare forme tridimensionali. È un po’ come una penna o una stampante 3D, ma manuale. Durante la residenza mi sono chiesta: “E se provassi a metterci l’argilla?”.

Ha funzionato molto meglio di quanto potessi immaginare. Da lì ho iniziato a progettare strutture che sembrassero fluide, morbide, quasi liquide, e che venisse voglia di toccare. Volevo anche realizzare sculture grandi, solide, ma che sembrassero soffici.

Sul tuo sito ho visto che Pinky Finger Trophy fa parte di una collezione insieme ad altri due pezzi, Curly Girl e Dressy Dressoir. In che modo si collegano tra loro questi tre oggetti?

L’idea è nata dal tentativo di capire quale sia la mia “scrittura” come artista, al di là della mia formazione da fashion designer. Negli ultimi anni ho sperimentato molto su come creare oggetti che abbiano in sé un’idea di funzionalità, per poi togliergliela.

Parto sempre da un elemento funzionale, come una lampada, un vaso, un dressoir o qualsiasi altra cosa. E attraverso l’uso di tecniche e materiali, cerco di eliminare proprio quella funzionalità, svuotare l’oggetto dal suo uso originario.

Curly Girl, Image Courtesy of House of Rubber

Da lì è venuta l’idea di realizzare questi tre pezzi che ricordano quasi un boudoir, una stanza femminile dove un tempo si poteva semplicemente essere sé stesse, con tutti quei piccoli oggetti che le donne usavano. È un’immagine molto elegante e, a pensarci ora, anche piuttosto strana, quella di avere stanze dedicate solo alle donne.

Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio con l’essere donna, quindi per me era interessante esplorare questo punto: come posso creare qualcosa di super femminile? Ma allo stesso tempo inserire un’estetica punk, qualcosa che viva davvero al limite tra questi mondi. Come renderlo invitante, ma anche inquietante. Si tratta di giocare con la tensione tra questi elementi.

Per questo ho aggiunto queste dita, che non si vedono subito, ma quando guardi da vicino ti accorgi che sono dita. È quella la reazione che cerco. Hanno lo smalto, ma sono anche un po’ sgradevoli, imperfette.

E con il grande mobile [Dressy Dressoir] è stata una vera sfida, perché è alto un metro e settanta, come me, e si tratta di 400 chili di argilla.

Dressy Dressoir, Image Courtesy of House of Rubber

Avvolgere quel corpo intorno all’oggetto lo rende davvero scomodo, ma anche molto sensuale. Mi sono divertita tantissimo a realizzarlo, ed è quasi un omaggio visivo al mio essere donna. e forse anche a quello di altre donne.

Lavori con molti materiali come gomma, ceramica e tessuto, e guardando i pezzi esposti al TextielMuseum sembra che ti piaccia anche sperimentare con la tecnologia, come la robotica o la tessitura 3D. Qual è il rapporto tra tecnologia e manualità nel tuo lavoro?

Cerco sempre di creare oggetti che suscitino qualcosa in chi li guarda. Per esempio, Lady in Rug è un grande arazzo che ho realizzato insieme al mio team in oltre due anni di lavoro. Nasce dall’idea che mi sono laureata in fashion design presentando un tappeto, un vero tappeto persiano, che avevo tagliato per trasformarlo in un abito gigantesco. Quando ho fatto il rebrand del mio studio in House of Rubber, volevo un lavoro che rappresentasse la transizione tra chi ero prima e la visione che ho ora per il mio lavoro.

Così ho ripreso quel progetto, ma questa volta l’ho trasformato in un’opera visiva che unisce tutte le mie fascinazioni. C’è ancora il riferimento alla moda, con questo abito che cresce dal tappeto, ma c’è anche il corpo umano, letteralmente risucchiato nel tessuto.

Lady in Rug, Image courtesy of House of Rubber
Lady in Rug, Image courtesy of House of Rubber

C’è anche un elemento tecnologico: la figura nel tappeto respira, il petto si solleva e si abbassa, e il braccio accarezza leggermente il tessuto. Questo aggiunge un punto di vista interessante, perché ti invita a far parte dell’opera, a entrare fisicamente nello spazio del tappeto. Ma allo stesso tempo c’è questa grande figura femminile distesa sopra, che di fatto ti impedisce di farlo. Il desiderio di toccarlo però rimane forte, e per me il tatto è fondamentale: stabilisce una relazione diretta tra il corpo e l’oggetto.

È la stessa idea alla base di Room Divider  [anche questo esposto al TextielMuseum di Tilburg nella mostra SHAPE – Body, Fashion, Identity]. Ho realizzato una tenda che si muove avanti e indietro, perché dà vita all’oggetto, e per me è questo il modo più interessante di creare. Mi chiedo sempre: l’oggetto può diventare vivo? Può diventare un’altra vita? In ogni progetto uso degli elementi ricorrenti, come dei blocchi di base. Sono sempre gli stessi, ma ogni volta provo a costruire qualcosa di diverso.

Hai un materiale preferito? 

Negli ultimi due o tre anni ho fatto molte ricerche sulla gomma e sui siliconi, per me sono materiali davvero interessanti. All’inizio li usavo in modo tradizionale, per fare stampi o calchi del corpo. Ma poi ho sviluppato una tecnica che mi ha permesso di usare questi materiali in modo completamente diverso, ed è questo che rende la gomma così interessante.

È uno dei miei materiali preferiti perché ha un riferimento diretto al corpo umano: al tatto ricorda la pelle, e se la usi in un certo modo diventa flessibile, quindi posso creare oggetti che si muovono quando li tocchi, come un corpo. Ci vedo dentro tanti elementi umani, e posso renderla rigida, morbida, farne un body suit, posso farci letteralmente qualsiasi cosa. Quindi sì, al momento direi che la gomma è il mio materiale preferito.

Inflatable Bob
Inflatable Bob. Image courtesy of House of Rubber

Ma credo che subito dopo venga la ceramica, al secondo posto. E posso anche immaginare che tra qualche anno la mia mente prenda di nuovo una direzione completamente diversa, ma al momento mi sto concentrando davvero su cosa può fare questo materiale.

A volte invidio chi ha una tecnica precisa e ne è così innamorato da poterla portare avanti per tutta la vita. Per me, invece, arriva sempre un momento in cui sento il bisogno di fare qualcosa di nuovo. È un aspetto positivo, ma a volte anche un punto debole. Ma è proprio il cambiamento che rende il mio lavoro divertente. Mi piace immergermi in territori nuovi, che non conosco ancora.

Come ti rapporti al design per la produzione industriale? Ti interessa?

Sì, in un certo senso mi interessa. Al momento realizzo soprattutto pezzi su commissione, spesso per musei o artisti che mi chiedono di creare un mondo per loro.

Ma mi interessa molto anche capire come potrei realizzare oggetti più accessibili. Per me è importante che chi acquista un mio pezzo sviluppi un rapporto intimo con l’oggetto. Quindi riuscire a creare qualcosa che possa essere alla portata di più persone, e che permetta anche a loro di vivere questa esperienza, sarebbe davvero bello.

Parto sempre da un approccio molto sperimentale ai progetti. Finora non ho lavorato con aziende di produzione, perché mi piace fare tutto da sola. Ma se ci fosse l’opportunità, o se un’azienda mi proponesse una collaborazione, mi piacerebbe molto. Quindi sì, sono decisamente aperta a questa possibilità.

Ti capita di riflettere sulla sostenibilità nel tuo lavoro, ad esempio nei materiali che usi? È un tema che senti tuo?

Quando lavoravo nella moda, devo essere sincera, non mi occupavo molto di sostenibilità. Realizzavo solo pezzi unici, quindi non si trattava di una produzione in serie.

Adesso invece lavoro molto con la gomma, che non è un materiale particolarmente sano da trattare, quindi sto facendo delle ricerche. Ho degli amici che hanno uno studio 3D, e stiamo cercando di capire se possono aiutarmi a rendere il mio lavoro più sostenibile, traducendo le idee che ho in mente in un programma 3D. In questo modo si potrebbero simulare automaticamente aspetti come la durezza del materiale e il movimento della gomma, visualizzando già la forma finale. Questo ridurrebbe di molto i test, perché normalmente serve molto materiale solo per fare prove prima di arrivare al pezzo vero e proprio. Sarebbe un modo decisamente più sostenibile di lavorare.

Inoltre, tutte le gomme che uso, sono mixate e colorate a mano, e spesso restano degli scarti. Con questi materiali avanzati realizzo piccoli contenitori. Cerco di utilizzare tutto quello che produciamo.

house of rubber
Marlou Breuls. Image courtesy of House of Rubber

Ecco dove sono arrivata, per ora, sul tema della sostenibilità. Ma penso che, se un domani dovessimo realizzare un numero maggiore di pezzi, ad esempio in una collaborazione per la produzione, allora sarà fondamentale trovare delle gomme più sostenibili. Recentemente ho letto un articolo su un tipo di gomma che può essere trasformata in una versione simile all’argilla, che si può cuocere in forno, una sorta di gomma-argilla. Sono rimasta molto colpita, e anche un po’ dispiaciuta di non aver avuto io quell’idea!

Sto cercando di fare del mio meglio per capire dove posso migliorare, e credo che, al momento, questa sia la cosa più concreta che posso fare.

Ne abbiamo già accennato, ma torniamoci un attimo. Lavoravi nella moda, poi hai deciso di spostarti verso la scultura e gli oggetti. C’è stato un momento preciso che ha fatto scattare questo passaggio, o è successo in modo naturale?

Quando lavoravo nella moda avevo già una forte fascinazione per i materiali. Non realizzavo semplicemente un bel vestito, ma creavo tute in lattice, abiti fatti con tappeti, oppure prendevo una giacca da moto di seconda mano, la tagliavo e ci facevo qualcos’altro.

Sperimentavo sempre molto con i materiali, e a un certo punto ho iniziato a sentirmi un po’ limitata dal fatto di creare solo oggetti indossabili. Avevo idee assurde, cose che crescevano, e ho sempre vissuto il mio lavoro come se fossi in un laboratorio: mescolo, osservo, cerco una reazione chimica, qualcosa che inizia a ribollire, e poi mi chiedo, e se potessi mettere quella cosa che ribolle su un tessuto?

È così che vedo il mio processo creativo: caotico e molto intuitivo. Da lì le cose sono cresciute in modo naturale e mi sono gradualmente allontanata dalla moda, anche se continuo a realizzare costumi. Ora sto creando molti pezzi in gomma per artisti, e per me è la combinazione ideale tra quello che facevo prima e quello che faccio oggi.

Ok, ultima domanda: cosa ti aspetta ora? Cosa succederà nei prossimi mesi?

Proprio di recente, la scorsa settimana, abbiamo inaugurato una mostra in cui è esposto uno dei nostri lavori allo Z33 in Belgio [all’interno della mostra Colour. Seeing beyond pigment]. È un pezzo in gomma realizzato in collaborazione con un biolab che lavora con la melanina. Si tratta di un approccio biotecnologico alla creazione di diverse tipologie di pigmenti. Il lavoro si chiama No Hard Peelings.

No Hard Peelings, Image courtesy of Z33
House of rubber, No Hard Peelings. Image courtesy of Z33

A breve partirò per il Giappone, dove sarò in residenza per tre mesi. Nel frattempo, la mia assistente in studio sta lavorando a una presentazione che si terrà nella prima settimana di settembre a Utrecht [all’interno del Gaudeamus Festival 2025]. Si tratta di una mostra realizzata in collaborazione con una regista e una cantante, una performance sul tema del lutto e della perdita.

Ci saranno due grandi sculture in gomma: una alta due metri, l’altra lunga cinque. L’opera sarà accompagnata da un design sonoro che cambia a seconda di dove ti trovi nella stanza. Quando ti avvicini a un oggetto, il suono diventa più nitido; allontanandoti, si fa più astratto. Sarà quindi un’esperienza tridimensionale, ancora una volta.

Dopo questo progetto ho in programma alcune collaborazioni con un’artista belga che porterà il lavoro in tour. E forse, nel 2026, una mostra personale a Londra, anche se è ancora tutto in fase di definizione, quindi non posso dire molto.

Sono davvero felice di avere il calendario pieno fino al 2026. È una posizione di privilegio, soprattutto se penso a com’era la situazione solo qualche anno fa, dopo il COVID: un periodo difficile per moltissimi artisti. Ora, invece, inizio a vedere i risultati del rebranding dello studio. Le persone cominciano a capire davvero quello che faccio. Continuo a lavorare tanto, ma sento di essermi avvicinata a un punto in cui comincio a sentire di aver trovato il mio posto.

Grazie per il tuo tempo Marlou, è stato davvero un piacere parlare con te. E spero di poter vedere alcuni dei tuoi lavori nei prossimi mesi!

A presto, ciao!

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