«The brick is the yardstick and the measure of the great Empires». Il mattone è l’unità di misura degli imperi, scrive Patrick Boucheron, storico francese esperto di città e potere.
Una frase che suona grandiosa, quasi retorica, ma che trova fondamento concreto nella storia: basti pensare alla Roma del I secolo dopo Cristo, costruita su una trama di mattoni, poi rivestiti di marmi scintillanti, a dimostrare la solidità e insieme lo splendore dell’impero. Eppure, il mattone non è rimasto confinato nella storia antica. È un materiale che, nel suo essere umile e comune, continua a farci domande e a offrirci risposte sulla società, sulla tecnica, sull’arte e perfino sull’ambiente. È da questa consapevolezza che nasce la mostra What do you want, Brick?, in corso al Grand-Hornu in Belgio, che esplora il passato, il presente e il possibile futuro di questo elemento tanto semplice quanto denso di significati.
Il titolo è una citazione di Louis Kahn, grande architetto del Novecento, che amava rivolgere al mattone una domanda tanto semplice quanto rivelatrice: «Cosa vuoi?». Per Kahn, ogni materiale ha una sua voce, un desiderio implicito, una forma che aspetta solo di essere rivelata. E la mostra raccoglie proprio questa sfida: ascoltare il mattone, lasciarlo parlare di sé, senza imporgli visioni esterne, ma interrogandosi su cosa ci racconti del mondo che lo circonda.
L’esposizione si costruisce come un racconto in tre atti, ognuno dei quali offre uno sguardo diverso su questo materiale. Il primo riguarda la dimensione costruttiva e ornamentale del mattone. È la parte più vicina alla nostra esperienza quotidiana, quella che riconosciamo immediatamente nelle architetture delle città, nelle pareti di case e fabbriche, nei muri che separano ma anche decorano.
La mostra racconta come il mattone non sia soltanto un modulo strutturale, ma anche un mezzo per creare pattern visivi, superfici traforate, giochi di luce e ombra. Basta variare la posizione, la forma o il colore dei mattoni perché un muro smetta di essere un semplice confine e diventi un racconto visivo, capace di parlare la lingua dell’arte tanto quanto quella dell’ingegneria.
Ma oltre la bellezza delle facciate, il mattone porta con sé una dimensione più nascosta e oggi più urgente che mai: il suo impatto ambientale. E questo è il tema al centro della seconda parte della mostra. La produzione del mattone, sia essa artigianale o industriale, ha sempre avuto un legame fortissimo con il territorio, perché dipende dalla disponibilità locale di argille e terre. Storicamente, intere comunità si sono sviluppate intorno alle fornaci, creando identità economiche e culturali molto radicate. Ma oggi, in un mondo alle prese con la crisi climatica, ci si chiede se il mattone possa ancora essere considerato un materiale sostenibile.
La terza parte della mostra si apre così a scenari ancora più radicali, dove il design non si limita a reinventare la forma o il linguaggio estetico del mattone, ma ne ripensa anche la sostanza, spingendosi a collaborare con la materia vivente. Qui, il mattone diventa territorio sperimentale in cui il confine tra naturale e artificiale, tra progettazione umana e processi biologici, si fa sottile.
Alcuni designer guardano alla biologia non solo come ispirazione formale, ma come vero e proprio partner produttivo. Termitai trasformati in materia prima, miceli coltivati per dare forma a oggetti, terre arricchite di enzimi naturali: tutto diventa possibile in un laboratorio dove il design incontra la scienza dei materiali e le logiche della rigenerazione ambientale. È una ricerca che sfida le regole dell’industria tradizionale, immaginando processi più lenti, organici e interdipendenti.
La prospettiva del design, in questa parte della mostra, è quella di costruire non solo oggetti, ma interi sistemi di produzione più sostenibili.
Le sedie, i mattoni o gli oggetti sperimentali esposti sono manifesti di un’idea: quella di un design che collabora con la vita, che cresce, si trasforma. È un approccio che rovescia la logica produttiva, sostituendo la ripetizione industriale con la variabilità naturale, e aprendo la strada a un modo di progettare in cui perfino un mattone può diventare organismo vivente.
In questa visione, il mattone non è più solo il modulo che regge le architetture del mondo, ma un simbolo di come il design possa essere uno strumento per ripensare il nostro rapporto con le risorse, la natura e il futuro.
- Mostra: What do you want, Brick?
- Luogo: CID – Centre d’Innovation et de Design, Écuries, Grand‑Hornu, Hornu (Belgio)
- Date: 25 maggio 2025 – 28 settembre 2025
- Curatrice: Caroline Naphegyi
- Scenografa: Marie Douel
- Sito web: www.cid-grand-hornu.be
