Cosa significa davvero costruire nel 2025? E, soprattutto, possiamo ancora permetterci di farlo da zero?
A Venezia, il Padiglione Danese alla 19ª Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia sceglie di non rispondere con un modello futuristico o una provocazione teorica. Lo fa invece attraverso un cantiere reale, tangibile, che si fa racconto: Build of Site, il progetto curato dall’architetto Søren Pihlmann (pihlmann architects), trasforma il padiglione in un ibrido tra spazio espositivo e cantiere di ristrutturazione. Un luogo in cui la materia parla, e ogni scelta progettuale è radicata nella realtà del già costruito.
Dal maggio al novembre 2025, i visitatori si troveranno immersi in un paesaggio di travi riciclate, pedane di terra battuta, tavoli di sabbia e gelatina. Ma non c’è nulla di effimero: tutto ciò che si vede è parte integrante di un vero processo di rinnovamento del padiglione stesso, avviato nel 2024 e destinato a proseguire oltre la durata della Biennale. L’intuizione è semplice, ma potente: costruire un’esposizione che non si aggiunga al già esistente, ma che lo rigeneri. Nessuna installazione temporanea, nessuno spreco. L’architettura del padiglione è il messaggio.
“Dovremmo ormai sapere che non possiamo più costruire come prima,” afferma Pihlmann. “Ma ciò che una volta sembrava un limite, oggi può diventare un’opportunità progettuale.”
A guidare l’approccio è un’attenta analisi del potenziale nascosto nei materiali: piastrelle in pietra d’Istria, testate una ad una per verificarne la possibilità di riutilizzo; sabbia estratta dal terreno sotto il padiglione, mescolata a gelatina (sottoprodotto dell’industria ittica dell’Adriatico) per modellare superfici; calcestruzzo esistente analizzato con tecniche non invasive per recuperare elementi strutturali. Il tutto, in collaborazione con università e istituti di ricerca tra Danimarca e Svizzera.
L’idea non è tanto quella di attribuire nuovo valore a materiali considerati di scarto, quanto di cambiarne lo sguardo: ogni elemento, legno, pietra, sabbia, argilla, viene trattato non in base alla sua funzione originaria, ma per ciò che può ancora offrire all’ambiente costruito.
Il padiglione diventa così un laboratorio in divenire, in cui convivono materiali ad alta tecnologia, elementi biobased e scarti ricontestualizzati.
La sezione Koch, costruita negli anni ’50, è il cuore operativo del progetto, mentre la sezione Brummer ospita prototipi, studi e documentazione del processo. A completare il racconto, un film realizzato in collaborazione con il Louisiana Channel documenta il dietro le quinte della trasformazione.
A fare da cassa di risonanza teorica al progetto è anche la pubblicazione Making Matter What Too Often Does Not Matter, un dialogo tra Søren Pihlmann e il poeta canadese Adam Dickinson.
In un’epoca segnata dall’urgenza climatica e dalla scarsità di risorse, questo progetto dimostra che l’architettura può essere allo stesso tempo azione concreta e pensiero critico. Senza mai perdere il legame con la materia e con il luogo.




