La designer e light artist Ruta Palionyte e l’architetta Ieva Baranauskaite formano il duo creativo Daydreaming Objects, un progetto in cui uniscono competenze e sensibilità per indagare il rapporto tra luce e spazio.
Il loro lavoro spazia tra sculture luminose dal carattere poetico, lampade realizzate con materiali di recupero e sistemi di illuminazione modulari in cera. Le loro creazioni sono state esposte sia in Lituania, loro paese d’origine, sia all’estero, a Copenaghen, Bruxelles, Londra e più di recente a Tactile Baltics ed Elevating Objects by DEORON durante Milano Design Week.
La loro ricerca, a cavallo tra arte e design, parte sempre da un dialogo intenso e da uno studio approfondito, per dare forma a oggetti intelligenti e belli, caratterizzati da un equilibrio delicato, dal rispetto per la natura e i materiali impiegati.
Ciao Ruta, ciao Ieva, come state oggi? Grazie per questa intervista.
RP: Stiamo bene, è venerdì, c’è il sole, e questa è l’ultima cosa che dobbiamo fare oggi, quindi siamo contente di questa conversazione! Prima di tutto ci presentiamo: io sono Ruta, designer e lavoro con la luce.
IB: E io sono Ieva, sono architetta.
Quando avete iniziato il vostro progetto Daydreaming Objects?
RP: Viviamo entrambe a Copenaghen già da diversi anni, ci siamo trasferite qui per studiare. Anche se siamo tutte e due lituane, in realtà ci siamo conosciute proprio qui.
IB: Abbiamo iniziato a collaborare nel 2020, durante la pandemia, quando abbiamo avuto più tempo per riflettere e ripensare la nostra direzione.
RP: Parlavamo di luce già da un po’. Ieva lavora con gli spazi, io invece mi occupavo di luce in vari modi. Ci dicevamo spesso quanto sarebbe stato interessante creare qualcosa insieme che coinvolgesse la luce, ma non avevamo mai trovato il tempo. La pandemia ci ha dato quello spazio: il tempo per sederci, giocare, pensare e iniziare a sperimentare.
IB: Quando tutto ha rallentato, abbiamo davvero apprezzato il processo di sperimentazione. Non c’era la pressione di dover produrre qualcosa come accade di solito, sembrava più un gioco.
RP: Abbiamo iniziato a realizzare prototipi godendoci proprio questa sensazione di libertà. E intendo letteralmente cuocere i prototipi nel forno, provare materiali diversi e osservare come la luce naturale interagisce con loro. Eravamo spinte dall’idea di portare la luce del giorno negli spazi interni e di catturare la bellezza dei colori che cambiano con la luce stessa. È così che abbiamo cominciato a creare il nostro primo oggetto, Daydreamer.
Daydreamer è stato il vostro primo oggetto. Quali erano le vostre idee e i vostri desideri quando avete iniziato?
IB: Non avevamo mai pensato di diventare uno studio che progetta oggetti. Come architetta, sono sempre stata più interessata agli spazi che agli oggetti. Fin dall’inizio, per noi era un progetto di ricerca e sperimentazione, per capire come lavorare con la luce naturale e come portarla in modo creativo negli spazi di tutti i giorni.
RP: Stavamo riflettendo su come catturare le qualità della luce in un ambiente e su come invitare le persone a notare e osservare la luce attraverso qualcosa di fisico. La luce influisce sul benessere e può aggiungere una dimensione in più a uno spazio, creando atmosfera, suscitando emozioni e offrendo un’esperienza più sensoriale. Si trattava di trovare modi per esprimere e tradurre quelle qualità sottili e impalpabili della luce.
Come si è trasformato questo inizio in quello che oggi è Daydreaming Objects? Come è andato avanti il progetto?
RP: Dopo aver creato il nostro primo oggetto, abbiamo iniziato a partecipare a vari eventi e mostre per capire come il pubblico avrebbe reagito. Abbiamo preso parte ai darc awards a Londra, dove Daydreamer si è classificato al secondo posto nella categoria “Best Lighting Products / Kit Decorative”, in competizione con nomi e aziende affermati. Non ce lo aspettavamo affatto. Vincere quel premio ci ha dato più fiducia in questo modo di pensare e nel nostro approccio diverso al lavoro con la luce.
IB: In seguito abbiamo partecipato a una mostra collettiva al Museo di Arti Applicate e Design di Vilnius, in Lituania, intitolata The Invisibles: Historic Furniture from a Contemporary Design Perspective. Inoltre, la Galerija Vartai di Vilnius ci ha invitate a realizzare una mostra personale, Soft Solids.
Mi incuriosisce la vostra serie di lampade Soft Solids. Qual è l’idea alla base di questi oggetti? E come reperite le basi?
RP: Con Soft Solids abbiamo iniziato a chiederci se il mondo abbia davvero bisogno di altre lampade. Ne abbiamo parlato molto. Ci siamo ritrovate a visitare magazzini dell’usato pieni di basi di lampade vintage in acciaio, vetro, materiali solidi, tutte lì a prendere polvere. Eppure sono pezzi realizzati con materiali preziosi, oggi costosi e che richiedono molte risorse per essere prodotti. Abbiamo cominciato a pensare a come valorizzare queste parti vintage e a ridare loro vita, riportandole nel ciclo d’uso con un tocco nuovo.
RP: Ci abbiamo riflettuto a lungo, perché questi pezzi hanno già tante qualità: qualcuno li ha disegnati e ci ha messo cura e pensiero. Volevamo trovare un modo rispettoso per approcciarli, senza imporci. Così abbiamo pensato a qualcosa di organico: un materiale o una forma che potesse essere rigenerata naturalmente o addirittura dissolversi, ma che allo stesso tempo fosse in grado di dialogare e integrarsi con la base vintage.
IB: Sì, ed è nato anche da un po’ di scetticismo verso il valore che diamo sempre ai materiali preziosi. Tutti amiamo la pietra, il metallo, il vetro, e capiamo bene il perché. Ma sono materiali che hanno una vita molto più lunga della nostra. Ci sopravvivono, e spesso finiscono poi a riempire i magazzini.
Si accumulano, sicuramente.
IB: Sì, si accumulano, anche se sono così apprezzati. Alla fine, però, non servono davvero. Quindi ci siamo chieste: e se cambiassimo un po’ il nostro modo di pensare? E se usassimo un materiale che non ha una durata così lunga, ma che fosse naturale e facilmente trasformabile? Forse non abbiamo bisogno di oggetti destinati a durare 200 anni. Magari possiamo pensare a qualcosa che sia facile da modificare, rigenerare o trasformare. Ed è per questo che la cera ci è sembrata la scelta giusta.
RP: La cera è un materiale che conosciamo da sempre, ma la associamo quasi sempre alle candele. Ora, con sorgenti luminose come i LED, che non si scaldano molto, possiamo provare a usare la cera in un modo nuovo.
Trattate la cera per renderla più resistente e farla durare nel tempo?
RP: È un po’ come fare una torta: abbiamo dovuto trovare la “ricetta” giusta, soprattutto per quanto riguarda il punto di fusione. Sapevamo anche di voler usare solo cere vegetali e naturali. Evitiamo prodotti derivati dal petrolio. Molte candele, infatti, non sono fatte con ingredienti naturali; alcune cere sono di origine petrolchimica, come la paraffina più economica. Abbiamo testato diverse miscele di cere vegetali: alcune danno più resistenza, altre trasmettono meglio la luce, altre ancora sono quasi plastiche e molto solide. Si tratta di trovare le giuste percentuali nel mix, per ottenere la “torta” più adatta allo scopo.
IB: È sorprendente quanto possano variare le proprietà della cera. Un tipo può essere simile alla ceramica: si rompe facilmente, ma è molto rigida. Un’altra invece non si rompe nemmeno se ci provi: ha qualità simili alla gomma. Per creare la miscela giusta, abbiamo fatto molte ricerche per assicurarci che la cera finale fosse resistente ma non fragile.
Per ogni modello della serie Soft Solids esiste un unico pezzo da collezione o ne realizzate più di uno?
RP: Quando abbiamo realizzato la mostra Soft Solids per la galleria Vartai a Vilnius, abbiamo raccolto diverse basi di lampade vintage degli anni Sessanta e Settanta, tutte senza il paralume originale. Abbiamo scelto questo gruppo di pezzi vintage da riutilizzare proprio per la varietà dei materiali e delle forme. Abbinandoli a paralumi in cera progettati su misura, ogni pezzo è diventato davvero unico. Le basi hanno origini diverse: una arriva dalla Svezia, un’altra dall’ex Cecoslovacchia, una dall’Italia e un’altra ancora di origine sconosciuta, in acciaio, trovata in negozio cinese.
IB: Ognuna di queste basi ha un suo carattere particolare, e volevamo creare un dialogo tra la base e il paralume. Ci siamo chieste se potessero valorizzarsi a vicenda senza che uno sovrastasse l’altro. Il nostro obiettivo era aggiungere qualcosa che entrasse in dialogo con la base, invece di entrarci in competizione.
Anche il vostro sistema modulare di illuminazione, Stem, è realizzato in cera. Ha un legame con Soft Solids o sono due modi diversi di lavorare con questo materiale?
IB: All’inizio tutto è partito dal progetto di upcycling e dall’idea di rigenerazione, di qualcosa che potesse rinascere. E quando inizi a pensare alla rigenerazione, viene naturale arrivare al concetto di crescita.
RP: È così che siamo arrivate all’idea di creare una forma alta, totemica, in cera, qualcosa che avesse una presenza calma ma intensa. È un gesto astratto verso la crescita, il rinnovamento e la trasformazione. Il concetto di crescita è insito nel materiale stesso, che è vegetale, organico e rinnovabile.
IB: È nato anche dalla curiosità: volevamo mettere alla prova i limiti del materiale e capire meglio le sue caratteristiche. Quanto può diventare alto? Quanto è resistente? Quanta pressione può sopportare?
Pensate che la cera possa essere usata per realizzare oggetti prodotti a livello industriale? O se qualcuno vi proponesse una collaborazione in quel senso, sarebbe qualcosa che vi interesserebbe?
RP: Sì, assolutamente. C’è ancora molto potenziale da esplorare con questo materiale. Ci interessa sperimentare diversi rivestimenti e realizzare pezzi più piccoli, più facili da produrre su scala più ampia, per capire come potrebbe funzionare.
IB: Esatto. Siamo partite da pezzi unici, ma ora vogliamo sviluppare una serie, qualcosa di riproducibile e più accessibile.
RP: Sarebbe bellissimo creare oggetti in cera che le persone possano usare nella vita di tutti i giorni. Siamo aperte alle collaborazioni e, in un certo senso, pensiamo che il futuro sia proprio questo: restare aperte e flessibili.
IB: Ci vuole anche un po’ di coraggio, però, perché il nostro approccio non è esattamente convenzionale.
Abbiamo accennato a Daydreamer all’inizio. Potete spiegare meglio come funziona?
RP: Daydreamer è una scultura luminosa da parete composta da due elementi principali: una lastra di vetro dicroico piegata e un elemento in sabbia di quarzo con uno spot integrato. L’ispirazione è partita dalle proprietà ottiche del vetro dicroico, che scompone la luce dividendola nello spettro. Alcuni colori attraversano il vetro, altri vengono riflessi. Poiché la luce naturale cambia continuamente durante il giorno e con le stagioni, Daydreamer permette di osservare queste variazioni dello spettro luminoso. Di giorno, grazie alla luce che entra dalle finestre. Di sera o di notte, accendendo lo spot integrato.
RP: La tecnologia alla base di questo tipo di vetro è stata sviluppata inizialmente dalla NASA per proteggere gli astronauti dalle radiazioni solari nello spazio, riflettendo parte dei raggi luminosi. Successivamente, artisti e designer hanno iniziato a utilizzarlo in modo creativo, e noi volevamo proprio visualizzare e portare questi cambiamenti dinamici della luce all’interno degli spazi. Poiché la luce cambia continuamente, la scultura crea pattern di colore sempre diversi. A volte scherziamo dicendo che è come una creatura viva, mai uguale a se stessa.
IB: Abbiamo tantissime foto che mostrano come appare in condizioni di luce diverse. Quando non c’è luce solare o artificiale, il vetro è quasi invisibile, è solo un sottile elemento spesso 3 millimetri. Ma appena viene colpito dalla luce del sole, il “dipinto” di colori prende vita. Con Daydreamer è spesso tutto molto imprevedibile.
Alcuni vostri oggetti sono stati presenti quest’anno alla Milano Design Week, nella mostra Tactile Baltics. Com’è stata quell’esperienza?
RP: Quest’anno Milano è stata un’esperienza molto intensa per noi. Uno dei momenti più importanti è stata la mostra Elevating Objects curata da Deoron, dove abbiamo esposto i nostri pezzi realizzati con materiali di recupero. Abbiamo partecipato anche a Tactile Baltics, una mostra legata alle nostre radici e al nostro percorso. Con Tactile Baltics abbiamo presentato la nostra ultima creazione luminosa in cera, White Stem.
Avete ancora legami forti con la Lituania?
RP: Sì, assolutamente. La Lituania e la Danimarca sono vicine geograficamente, separate solo dal Mar Baltico. C’è un grande scambio di pratiche e idee, sia nelle collaborazioni con gallerie, artigiani e colleghi.
IB: Prima di Tactile Baltics a Milano, non conoscevamo personalmente molti designer baltici. Questo progetto ci ha dato la possibilità di incontrarli e di renderci conto di quanto abbiamo in comune, soprattutto il senso della tattilità e il legame con la natura.
RP: Stiamo vedendo una nuova generazione di designer baltici che porta prospettive diverse e innovative. Siamo anche molto grate alla Galerija Vartai per il lavoro che fa nel riunire la comunità del design e nel sostenere la crescita del design contemporaneo in Lituania.
Guardando al futuro, quali sono i vostri progetti per i prossimi mesi?
IB: Stiamo lavorando per sviluppare ulteriormente la serie Soft Solids, non solo pezzi unici, ma magari una piccola linea produttiva. Abbiamo anche in programma una mostra personale a Klaipeda, la città dove sono cresciuta. È la terza città più grande della Lituania, sulla costa, molto diversa da Vilnius. Ha un carattere particolare, da città portuale.
RP: Io la chiamo la “Copenhagen lituana”.
IB: Mi piace questa definizione! In effetti ha molte somiglianze con Copenaghen, persino il traghetto collega le due città. Siamo davvero grate per l’opportunità di esporre lì.
Per conoscere meglio il lavoro del duo creativo Daydreaming Objects, con base a Copenaghen, potete visitare il loro sito daydreamingobjects.com oppure seguirle su Instagram all’account @daydreaming_objects.




