La designer e artista lettone Dace Sūna è affascinata da come l’essere umano si inserisce nell’immensità del cosmo. Attraverso luce, vetro e acqua, traduce idee complesse in installazioni e oggetti scultorei che invitano alla riflessione. Ha una formazione in interior e contextual design, acquisita tra New York ed Eindhoven, e nel suo lavoro combina design, scienza e spiritualità.
Recentemente le sue Vertical Helium Fractal Candles sono state esposte nella mostra Tactile Baltics alla Milano Design Week. Oggi vive e lavora a Riga, e continua a indagare il rapporto tra universo ed esperienza umana.
Ciao Dace, come stai? Dove ti trovi in questo momento?
Al momento sono in Lettonia, a Riga.
Hai vissuto in molte parti del mondo: puoi raccontare la tua formazione come designer?
Vengo dalla Lettonia. Per circa dieci anni ho lavorato come modella, ed è così che ho iniziato a viaggiare. Ho vissuto a Milano, Parigi, Londra e poi mi sono trasferita a New York. Intorno ai 23 anni ero molto stanca di quella carriera, così ho fatto domanda per alcune università e sono stata ammessa al FIT, dove ho studiato interior design. Ho vissuto a New York per sei anni: è una città molto intensa. Dopo un po’ mi sono spostata a Los Angeles, ma nel 2020, con la pandemia, ho deciso di tornare in Lettonia perché sentivo di essere troppo lontana da casa.
La mia prima formazione è stata in interior design: un percorso molto pratico, dove bisogna concentrarsi su aspetti tecnici, imparare a usare i software, conoscere stili diversi.
Quando sono tornata in Europa, mi sono iscritta al master in Contextual Design a Eindhoven. Credo che quello che ho imparato lì sia stato molto importante per il mio percorso artistico. In un certo senso Eindhoven è più una scuola d’arte, un contesto molto sperimentale. Penso che i Paesi Bassi siano tra i luoghi più avanzati al mondo in termini di innovazione, e lì il design viene considerato qualcosa di sperimentale, un campo che incoraggia nuove idee e nuovi approcci. Da questo punto di vista è stata una buona scuola di design, anche se completamente diversa.
Qual è la differenza nell’approccio tra Stati Uniti ed Europa, a partire dalla tua esperienza?
Quello che ho notato è che negli Stati Uniti le università sono aperte 24 ore su 24, sette giorni su sette. Ricordo che facevamo rendering al computer nel cuore della notte, anche il sabato e la domenica. Nei Paesi Bassi, invece, se partecipi a un workshop, ce ne sono di ogni tipo: per il legno, il metallo, i tessuti, ci sono delle pause pranzo, delle pause cena, la scuola chiude alle 22 e resta chiusa durante il fine settimana. Hanno un approccio più attento e consapevole su come e quando si lavora ai progetti.
Credo sia un buon equilibrio: è importante non lavorare in continuazione. Ricordo che alcuni miei compagni di corso dicevano, è domenica, oggi non si lavora. Per me era strano, ero abituata a lavorare sempre, il più possibile. In Europa c’è una mentalità diversa, si dà più valore al tempo libero.
Alla Dutch Design Week hai presentato Cosmic Dancer, un progetto piuttosto complesso. Di cosa si tratta?
È stato un progetto di ricerca ampio, durato un anno, sviluppato come tesi per il mio master. Parte da una questione molto grande e urgente: la condizione del nucleare del nostro tempo e la difficoltà di comprenderne davvero le implicazioni. Con l’invenzione delle armi nucleari, infatti, non siamo più chiamati solo a confrontarci con l’idea della morte individuale, ma anche con quella collettiva.
Ho cercato di affrontare questa domanda esistenziale da un punto di vista spirituale. Ma ho anche condotto interviste con scienziati nucleari, in particolare alla Columbia University. Attraverso questa ricerca e una lunga fase di sperimentazione, sono arrivata a usare una singola goccia d’acqua come simbolo del nucleo, dell’elemento o della particella nucleare.
La goccia cade ritmicamente, creando una sorta di mantra. Quando vivevo a Los Angeles ho seguito una formazione come insegnante di Kundalini yoga, e alcune pratiche meditative che ho appreso lì sono entrate a far parte del progetto, come il suono della goccia che cade o le ripetizioni visive, per creare uno stato di meditazione e riflessione.

Cosmic Dancer è pensato come uno spazio in cui le persone possono riunirsi e riflettere sulla questione nucleare. Al centro dell’installazione c’è una vasca d’acqua, attorno sono disposti dei tappetini da yoga, e una proiezione mostra l’immagine della goccia che cade e genera increspature. Tutti questi elementi si combinano per cercare di comprendere un problema globale attraverso un linguaggio universale, l’acqua, accessibile a chiunque.
Una delle cose che mi ha colpito di più, durante l’esposizione alla Dutch Design Week, è stato vedere come le persone entravano nell’installazione e si sdraiavano spontaneamente. Senza che dovessi spiegare nulla, capivano intuitivamente come interagire con lo spazio, ed è stata una sorpresa molto positiva. Alle spalle del progetto c’è un lavoro di ricerca sulla condizione nucleare, ma anche senza conoscerne i dettagli, l’installazione ha una componente meditativa. Le persone si riuniscono, fanno attenzione.
L’idea è che concentrandosi su una singola particella si possa iniziare a dare forma a una comprensione di un problema vasto e complesso.
Dopo il tuo master sei tornata a vivere in Lettonia?
Sì, ora sono in Lettonia e sto cercando di stabilire qui la mia pratica. Ho lavorato a diverse mostre, e in questo momento sto preparando un progetto per l’Expo di Osaka. È organizzato dall’Unione Europea, che ha selezionato alcuni designer da ogni paese. La mostra si chiama Design Beyond Things.
Per quest’occasione sto lavorando a un’installazione nata originariamente a Eindhoven. L’obiettivo è trasformarla in un oggetto in vetro, un oggetto fisico, ma con un elemento installativo che coinvolge anche acqua e fumo, oltre a una base scientifica che ne sostiene il concetto.
L’installazione, Sky-Set, affronta il tema dell’inquinamento atmosferico. Prende spunto dalla spiegazione scientifica del perché il cielo appare blu e il sole rosso. Durante gli incendi o in presenza di forte inquinamento, il sole assume tonalità rosse o arancioni, lo stesso effetto che si osserva al tramonto. Attraverso la luce e i suoi cambiamenti, cerco di rendere visibile un problema globale.
Hai esposto il progetto Vertical Helium Fractal Candles alla mostra Tactile Baltics alla MDW quest’anno. Come è nato?
Quando mi sono trasferita da New York a Los Angeles, volevo sperimentare e sviluppare la mia parte artistica attraverso una pratica manuale. Non avevo ancora un’idea chiara di cosa volessi fare, così ho seguito alcuni corsi. Ho iniziato con la ceramica, poi ho partecipato a un workshop dove mi sono avvicinata alla lavorazione del neon.
Lavorare con il neon significa fondere il vetro e intervenire sui gas. C’è un processo a vuoto che richiede l’uso di alta tensione: è una tecnica piuttosto scientifica, dove si combinano elementi diversi. Mi ha affascinato molto. Il neon, in fondo, è vetro fuso e modellato in forme precise. Da designer spaziale, mi sono resa conto che le insegne al neon sono quasi sempre bidimensionali, simili alla grafica. Così ho iniziato a sperimentare forme più scultoree e tridimensionali.
In quel periodo ho iniziato a lavorare con l’elio. Circa il 20 per cento del nostro Sole è composto da elio, che emette una luce naturale e soffusa — quella che si vede anche nell’installazione. È il colore reale del gas, non ci sono pigmenti aggiunti. Uso vetro traslucido, così il gas all’interno rimane visibile.
Gli atomi di elio sono tra i primi elementi creati dopo il Big Bang, e oggi si trovano anche nelle stelle di neutroni, come il nostro Sole. Lavorare con questi materiali significa, in un certo senso, riflettere anche sullo spazio e sugli elementi cosmologici. Nella mia pratica, penso spesso al nostro posto nell’universo, a come ci relazioniamo con ciò che ci circonda, a come ci collochiamo nel cosmo. Sono temi che mi interessa esplorare.
È da queste riflessioni che sono nate le forme frattali. Studiando queste geometrie, ho sviluppato sia una versione a candela sia una versione a lampadario. La prima presentazione è avvenuta alla New York Design Week con il nome Fractal Candles, mentre per la mostra Tactile Baltics alla Milano Design Week mi è stato chiesto di realizzare una versione su misura pensata appositamente per la mostra.
Usi anche altri gas? Secondo te ciascuno ha una sua personalità, come l’elio?
Sì, ma l’elio è sicuramente il mio preferito, perché ha una qualità più morbida. Il neon, ad esempio, emette una luce rossa molto intensa, mentre l’argon tende al blu. Per alcuni progetti li utilizzo, ma non sono quelli che preferisco.
Hai un materiale preferito con cui ti piace lavorare?
Per le installazioni, mi piace molto lavorare con l’acqua. Quando invece si tratta di oggetti, ho scoperto che il vetro ha un comportamento molto simile all’acqua.
Credo che il mio materiale principale, in generale, sia la luce. Ma la questione è come rendere visibile la luce attraverso fenomeni diversi. Per questo lavoro spesso con accoppiamenti come acqua e luce, oppure vetro e luce. Il vetro è interessante perché può essere fuso e diventare liquido, un po’ come l’acqua. Ma a differenza dell’acqua, può poi ritornare solido. In questo momento direi che i miei materiali principali sono luce, acqua e vetro.
Com’è per te lavorare come artista e designer in Lettonia? Ho l’impressione che sia un posto con tante energie nuove. Tu come la vedi?
Il settore del design qui è ancora piuttosto piccolo rispetto ad altri paesi, ma sta crescendo e cambiando molto. Per anni si è cercato di seguire il modello scandinavo, ma quella strada è stata già percorsa in tanti modi. Ora mi sembra che siamo in una fase in cui si sta cercando di trovare una voce più autonoma. È un momento interessante, e credo che da qui possano nascere cose davvero nuove.
Ci sono alcuni giovani designer che stanno provando a costruire una propria voce e a capire cosa vuol dire, oggi, essere un designer lettone. Alcuni hanno partecipato anche alla mostra Tactile Baltics. È un ambiente piccolo, ma forse è proprio questo il bello: si riesce a creare una rete, a restare in contatto. E secondo me è importante continuare a supportarsi a vicenda.
Ultimissima domanda: cosa ti aspetta nei prossimi mesi?
Sto lavorando all’installazione che sarà inviata a Osaka. Se la mostra non dovesse svolgersi fisicamente lì, si sta valutando di portarla a Bruxelles o alla Milano Design Week del prossimo anno. Sicuramente è uno dei progetti principali all’orizzonte. Sto anche cercando di svilupparne una variazione, con una forma diversa, più vicina al design industriale. Penso che il progetto sia forte, anche visivamente, e vorrei spingerlo un po’ più avanti.
Nell’ultimo anno ho lavorato anche su una serie di specchi in vetro curvato. Credo che ora siano abbastanza definiti da poter essere presentati. È un progetto che ho portato avanti a lungo.
Questi sono alcuni dei lavori su cui mi sto concentrando. Per l’estate, però, ho intenzione di prendermi una pausa: so che settembre sarà intenso, quindi voglio approfittarne per rallentare un po’.
Per conoscere meglio il lavoro della designer lettone Dace Sūna, visita il sito dacesuna.com o seguirla su Instagram all’account @dacesuna.
